Francesca era la givane figlia della famiglia ravennate dei Da Polenta, «un fiore in mezzo a tanto ferro» come la descrive Gabriele D'Annunzio nella sua Francesca da Rimini (1902).
Nel territorio dell’attuale Romagna Ravenna era una città molto ambita per i suoi tesori e per la sua posizione geografica di fulcro commerciale affacciato sul mare. E in quel secolo convulso quale fu il 1200 in cui gli intrighi e le vendette dilaniavano le Signorie e rendevano precaria ogni sicurezza, i Da Polenta vivevano tra discordie e tensioni che potevano essere evitate solo con una giusta politica matrimoniale. Per questo Francesca sarebbe andata in sposa al secondogenito di una nota e potente casa, Giovanni Malatesta, (detto "il ciotto", lo zoppo) figlio, per l’appunto, del signore di Rimini.
Le nozze di Francesca, come di consuetudine, vennero probabilmente combinate dalle rispettive famiglie, per suggellare la pace tra i Da Polenta e i Malatesta e per gratificare i Malatesta che avevano aiutato a imporre il dominio dei Da Polente su Ravenna
Il matrimonio avvenne per procura nel 1275, sebbene su questa data non ci sia sicurezza assoluta. Giovanni mandò i suoi ambasciatori a Ravenna per chiedere Francesca in sposa. Capo della delegazione era il fratello di Gianciotto, Paolo, poco più giovane di lui e già sposato con Orabile Beatrice dei conti di Ghiaggiolo, località del forlivese. Paolo era un uomo di notevole fascino.
Solo al suo arrivo a Rimini Francesca conobbe il suo sposo Gianciotto che la amò immensamente e la coprì di doni, per compensare la sua rinomata bruttezza.
Nessuno poteva prevedere che Paolo detto il Bello, si innamorasse di Francesca.
Cercò anche di allontanarsi per soffocare questa sua passione: per questo nel 1282 accettò di trasferirsi a Firenze come capitano del popolo. Scaduto il mandato ritornò a Rimini, ma i suoi sentimenti non erano cambiati.
Al suo arrivo Gianciotto era fuori città. Era all’epoca podestà a Pesaro e il potestà, per legge, non poteva abitare nella stessa città che governava.Per questo era spesso assente dalla famiglia.
Paolo faceva frequenti visite a Francesca: i due si incontrano, si conoscono, fanno insieme delle letture, si baciano e quel che accade poi è vicenda nota.
Il sanguinoso dramma dell'uccisione dei due amanti per opera di Gianciotto venne compiuto tra il 1285 e il 1289.
Di questa tragica vicenda l’unico narratore coevo è Dante, alla quale ha dedicato versi meravigliosi nel V Canto dell’Inferno nella sua Commedia. Per il resto, nei documenti e nelle cronache del tempo non compare nemmeno un accenno sulla passione amorosa dei due cognati e sul loro brutale assassinio. Questo sta a significare come i signori fossero reticenti a rivelare pubblicamente le loro colpe, evitando con ogni mezzo di informare gli autori delle cronache medievali.
Paolo e Francesca nel V CANTO DELL’INFERNO

Dante colloca Paolo e Francesca nel secondo cerchio dell’Inferno, quello dei lussuriosi, insieme a Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Paride, Achille e Tristano. In questo luogo «d’ogni luce muto» (Inferno, V, 28) una violenta bufera investe e percuote le anime dei lussuriosi, sbattendole dolorosamente e senza sosta le une contro le altre. Così come erano stati travolti dalla passione nella vita terrena, per il criterio del contrappasso, anche nell’aldilà vengono tormentati da un’incessante bufera.
Con Dante parla Francesca; Paolo piange soltanto. Le sue lacrime rattristano il poeta che, colto da pietà, cade come morto. Francesca inizia a raccontare la sua vicenda in modo impersonale riferendosi alla dottrina stilnovistica secondo la quale il cuore nobile si apre con naturalezza all’amore: «Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende» (Inferno, V, 100). Solo in seguito parlerà dell’episodio che causò il loro innamoramento, ovvero della lettura del romanzo di Lancillotto, uno dei testi più diffusi di quella letteratura particolarmente gradita alle corti e agli ambienti signorili dell'epoca.
L’elenco di scrittori, pittori e musicisti che hanno rappresentato il tragico evento è numeroso. Basti citare S. Pellico o G. D’Annunzio, il cui dramma in 5 atti Francesca da Rimini viene interpretato per la prima volta a Roma nel 1901 da Eleonora Duse. L’opera del D’Annunzio fu poi musicata da R. Zandonai. Ricordiamo anche il pittore romantico A. Scheffer e G.P. Dorè, grande illustratore ottocentesco della Divina Commedia, l’artista neoclassico J.A.D. Ingres, lo scultore A. Rodin e il pittore G. Previati e tanti altri ancora.
E con nostro personale orgoglio, inseriamo come ultima opera ispirata a questa vicenda, la nostra Infinita Commedia che dà ai due amanti i volti, i corpi e le voci di due ragazzi comuni che si cercano, si desiderano e vagano nelle pagine di un leggio virtuale.